Volontario/a

Margherita

Madagascar

“Il mio mese in Madagascar”

Il mio mese in Madagascar è iniziato con un lungo viaggio: due aerei, cinque valigie da 23 chili divise tra me e Martina, una notte nella capitale e poi altre dodici ore di pullman — se così si può chiamare — per raggiungere finalmente Fianantsoa. Quante volte avevo pronunciato il nome di quella città nei mesi precedenti? Ora, finalmente, ero lì. Sia all’aeroporto sia al nostro arrivo al villaggio di Izahay Dia, l’accoglienza è stata commovente: abbracci caldi, collane di ghirlande di fiori e musica a tutto volume.

Ero partita convinta che avrei sofferto molto. Temevo il dolore di vedere così tanti piccoli senza una famiglia, privi di tutti quei mezzi che io ho sempre dato per scontati. Invece l’Africa mi ha spiazzata. Ho trovato una gioia pura, un’autentica felicità fatta di presenza, condivisione e piccole cose. I bambini ti spalancano il cuore. Ti includono e, un minuto dopo essere arrivata, sei già una di loro. La mia paura per il limite della lingua si è dissolta al primo abbraccio. Per capirsi non servivano le parole. Hanno iniziato subito a insegnarmi il malgascio, indicando le parti del viso e pronunciandole ad alta voce, per poi scoppiare a ridere davanti alle mie pronunce storpiate. La loro indipendenza mi ha lasciata senza fiato. Sono abituati a cavarsela da soli: non fanno capricci e si inventano giochi con qualsiasi cosa. Se cadevano o si sbucciavano un ginocchio, non si fermavano neppure. E se un più piccolo restava indietro, c’era sempre un bambino pronto a voltarsi, prenderlo per mano e riportarlo nel gruppo. Sembrano tutti fratelli. Si prendono cura l’uno dell’altro.

Durante quei giorni abbiamo incontrato Stefano, il fondatore della Dust and Soul Foundation e di Izahay Dia, i bambini lo chiamano “Dada”, papà. È stato commovente sentirli urlare quel nome a squarciagola il giorno del suo arrivo, vedere la festa che gli hanno fatto e assistere alle loro tradizioni.

Stefano aveva portato dei giochi e li distribuiva con un richiamo buffo: la sua voce rimbalzava da ogni angolo del villaggio e loro correvano per ricevere una caramella, un aeroplanino, una macchinina o un braccialetto.

Anche lì, mi ha colpito il modo in cui si prendevano cura l’uno dell’altro. C’era chi chiedeva un gioco per l’amico assente e chi teneva il posto in fila per il bimbo più piccolo. Mi è rimasto dentro quel modo così naturale di pensare anche agli altri.

Nei giorni successivi abbiamo avuto modo di entrare ancora di più nella loro quotidianità. Il nostro compito era prendere le misurazioni dei bambini della mensa Sakafo Aina, consegnare i regali degli bimbi adottati a distanza e assistere al momento del pasto. A differenza dei bambini del villaggio di Izahay Dia, di cui eravamo ospiti, i bambini del progetto mensa Sakafo Aina hanno una famiglia e vivono nelle campagne circostanti, ma i loro genitori non hanno i mezzi per sfamarli. Eppure, anche loro erano uguali agli altri: pronti a correrti incontro urlando il tuo nome, a prenderti le mani per non lasciarle più, ad arrampicarsi sulle tue spalle chiedendoti di mettere la musica o di giocare. Mi è rimasta impressa la scena di quei bambini in fila per lavarsi le mani: aspettavano il proprio turno, giocavano con il sapone, ridevano e scherzavano e poi si rimettevano ordinatamente in fila per entrare alla mensa. Una volta dentro, aspettavano con calma che tutti si fossero seduti. Mi colpiva guardarli: così piccoli eppure così educati, rispettosi e pazienti. E soprattutto felici. In quei gesti così semplici c’era una serenità che non mi aspettavo.

Ma ciò che mi ha toccata più di ogni altra cosa è stato rendermi conto che questi bambini, che all’esterno sembrano così forti e indipendenti, hanno comunque bisogno della tua presenza.

Non appena arrivi in mezzo a loro, ti cercano. Vogliono stare in braccio, ti accarezzano, ti fanno le treccine, ti stampano baci sulle mani. Avevo portato dei cerotti per bambini e, anche se erano abituati a cadere e sbucciarsi senza fare un cenno, appena li hanno visti sono venuti in massa a chiedere una coccola, un po’ di acqua ossigenata e un cerotto colorato su croste ormai formate da tempo.

Pensavo di soffrire nel vedere bambini senza una famiglia? E invece mi sono accorta che una famiglia ce l’hanno. Forse diversa da quella che avevo immaginato, ma lì, nel villaggio, si respira aria di casa.

È proprio lì, in quel contatto così dolce e affamato d’affetto, che il mio cuore è rimasto.

Ci sono infinite cose che mi porterò dentro per sempre: Un, due, tre, stella! in malgascio; L’abbraccio di Suor Claudine prima di ripartire; I piedi scalzi che corrono sull’asfalto e nei campi, le gambe sporche di fango lavate sotto la cannellina nell’orto e i panni insaponati al pozzo insieme alle bambine; Le chiacchiere con le suore; Il bacio improvviso sulla mano mentre andavamo a giocare, la sete di carezze di Mario e Tiavna, i nasi moccolosi e le caramelle a forma di fischietto; La musica sempre presente, le ragazzine che volevano insegnarmi a twerkare e ridevano dei miei tentativi falliti; Le palme di cocco e il mio primo cocco; Le docce fredde e i capelli lavati al pozzo con l’acqua gelida;  Gli zebù che attraversavano il campo da calcio; Le bougainvillea colorate di Izahay Dia; E quel viaggio interminabile verso Fianantsoa, tra strade scoscese e pause pipì in mezzo al nulla.

Ma più di tutto, mi ricordo di me.

Mi ricordo felice. Travolta da una voglia matta di coccolare ogni singolo bambino incrociato sul mio cammino. Volevo solo regalare loro una carezza o un abbraccio in più, per farli sentire amati almeno la metà di quanto mi sono sempre sentita amata io. E invece è finita che sono stata io a sentirmi amata da loro. Sono tornata a casa con il cuore pieno, con una parte di me che è rimasta lì, tra quei sorrisi, quelle mani piccole e quegli occhi grandi.

E non vedo l’ora di tornare ad abbracciarli.

Auguro a tutti, almeno una volta nella vita, di vivere un’esperienza così.

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